giovedì 6 settembre 2012

[Lamiaeconomia] Brasile: un'economia che rallenta?



Novità: Portafoglio obbligazionario per cassettisti, rendimento netto 6.2%: come fare per visualizzarlo??? 
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Brasile: un'economia che rallenta?



Sembra proprio che non saranno i paesi emergenti a salvare le economie ricche dalla recessione, come era avvenuto con la crisi finanziaria del 2008. 
Dopo India e Cina è arrivato il turno del Brasile nel deludere le speranze di una crescita travolgente che compensi la recessione dei paesi ricchi: le ultime stime parlano di un aumento del PIL brasiliano soltanto del'1,6%.
Questa stima è stata ottenuta annualizzando (cioè, con dei calcoli statistici, estendendolo a tutto l'anno) il dato, uscito questa settimana, sulla crescita nel secondo trimestre dell'anno: più 0,4%. Un miglioramento rispetto al primo trimestre, quando la crescita era stata appena dello 0,1%, ma comunque una delle crescite più basse dei paesi in via di sviluppo e più bassa addirittura dell'1,9% previsto per l'economia degli Stati Uniti.
Se questa stima di crescita all'1,6% sarà confermata allora il 2012 farà seguito ad un deludente 2011, che si chiuse con una crescita del 2,7%. Ad un europeo non sembrano oggi cifre da buttare via, ma bisogna ricordare che nel 2010 il Brasile era stato uno di quei paesi emergenti che, con una crescita del 7,5%, aveva dato la scossa alla crescita mondiale, aiutando anche i paesi più ricchi a superare i danni della crisi finanziaria del 2008. Una frenata così brusca è il sintomo che nell'economia brasiliana c'è qualcosa che non va.
Per capire dove si trovi l'intoppo nel meccanismo economico brasiliano bisogna fare un passo indietro, all'epoca in cui il paese era una delle più dinamiche tra le economie emergenti. Nel 2010 e negli anni precedenti il Brasile aveva cavalcato il boom del costo delle materie prime (in gergo chiamate commodities), in particolare quelle alimentari, di cui il Brasile è un grande esportatore. Quest'aumento dei prezzi dipendeva in sostanza dall'aumento della domanda cinese di materie prime. Quando questa domanda, nell'ultimo anno, è andata diminuendo tutti i paesi esportatori di commodities (Brasile compreso) ne hanno risentito.
Quando ancora il paese era trainato dalla spirale dell'aumento dei prezzi delle materie e le casse dello stato erano piene, prima i governi di Luiz Lula da Silva e ora di Dilma Roussef, hanno varato ampi piani di incentivi al consumo sotto forma di tagli di tasse alle persone e di aumenti salariali (in particolare dei dipendenti pubblici). Aumentare il potere d'acquisto dei brasiliani ha permesso loro di acquistare beni e servizi che prima non potevano permettersi e questi beni spesso sono stati prodotti in Brasile. I tagli e gli incentivi hanno così contribuito alla crescita, ma sembra che oggi abbiano esaurito la loro spinta.
L'altra faccia della medaglia è che mentre la domanda interna veniva rinforzata, nessun piano di investimenti o di riforme è stato messo in cantiere per aiutare l'industria, che infatti è il settore dell'economia brasiliana che al momento soffre di più. Manifattura ed export hanno sempre avuto difficoltà a svilupparsi in Brasile, ma è stato facile per i governi brasiliani ignorare gli ostacoli che ne impedivano lo sviluppo ed evitare le riforme impopolari per rimuoverli, finché l'economia era trainata dalle materie prime e dalla domanda interna. Adesso invece con un economia in stagnazione Dilma Roussef è costretta a guardare i limiti del modello di sviluppo seguito finora.
Il problema principale è che, rispetto al resto del continente (e rispetto a moltissime altre economie in via di sviluppo), produrre in Brasile costa ancora molto. Il motivo non è tanto legato al costo del lavoro (cioè agli stipendi), quanto alle tasse sulle imprese, che sono le più alte del continente, a una gravissima mancanza di infrastrutture, che rende i trasporti costosi e lenti, e una burocrazia bizantina e spesso inefficiente.
Riformare la burocrazia inefficiente e tagliare le tasse non sono operazioni facili: da un lato si perde consenso elettorale (gli impiegati pubblici sono già piuttosto irrequieti), dall'altro si aprono buchi nel bilancio. La strategia scelta dal presidente Roussef è quindi di incidere sulle infrastrutture e ad agosto il governo ha annunciato un piano di costruzioni di porti, strade e ferrovie da 66 miliardi di dollari. Si tratta di concessioni, in cui i privati, con un aiuto finanziario dallo stato, costruiranno le infrastrutture che poi gestiranno insieme allo stato secondo varie formule.
Il governo brasiliano ha fatto sapere che negli ultimi due quarti dell'anno, quando questo piano entrerà nel vivo, si vedrà un balzo nella crescita del paese. Ma è difficile prevedere grandi risultati già nel 2012: le infrastrutture non saranno pronte per anni e forse, scrive un editoriale del Financial Times, nemmeno per i mondiali del 2014.

Fonte: Il Post

Dott. Fabio Troglia 


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Postato da Lamiaeconomia di Fabio Troglia su Lamiaeconomia il 9/06/2012 09:00:00 m.




mercoledì 5 settembre 2012

[Lamiaeconomia] Bce news...



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Indiscrezioni stampa, secondo le quali la Bce si appresta ad annunciare un programma di acquisti di bond illimitati e sterilizzati.
Questa potrebbe essere la news che farà scattare il long sui mercati lasciano tutti disorientati...ma i samurai sono già organizzati.


  Dott Fabio Troglia 
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[Lamiaeconomia] Italia: lavoriamo tanto e... male!

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Italia: lavoriamo tanto e... male!


In Italia siamo a 38 ore a settimana, più che in Germania, ma è mancata l'innovazione. Si è perso il treno della rivoluzione informatica e la crisi penalizza le aziende piccole.


Dovremmo lavorare di più, sollecitava ieri il sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo. La questione è annosa e più volte riproposta: se questo Paese va a ramengo, o rischia di andarci, è anche perché lavoriamo quantitativamente poco e abbiamo, invece, tante ferie e tante feste comandate, civili e religiose.I numeri dicono che è così, ma fino a un certo punto: non lavoriamo affatto di meno rispetto agli altri Paesi comunitari (e anche Ocse), ma - effettivamente - abbiamo più vacanze.
Ma soprattutto - è questo il cuore del problema - se la nostra economia va male non è per il monte ore lavorate, tant'è che Paesi mitici come Germania o Norvegia - solo per dirne due - lavorano molto meno di noi, ma hanno una crescita che noi ci sogniamo. La questione non è dunque il quanto ma il come. Tradotta in termini economici, è la produttività, e lì - in effetti- siamo a Caporetto: perché è mancata l'innovazione, perché abbiamo bucato la rivoluzione informatica, perché il tessuto delle nostre aziende è assai frastagliato e ha puntato sull'innovazione in maniera diversificata e discontinua. E infine perché l'Italia è l'Italia, e questo significa una burocrazia che non aiuta, una rete dei servizi disomogenea, un sistema creditizio ostico, e perfino un regime fiscale che ti fa preferire di restare piccolo ma al sicuro piuttosto che grande e in mezzo al guado. Fatto sta che il dato composto tra ore lavorate e produttività espressa si traduce in una mazzata. Ma vediamo i numeri secondo i dati di Eurofond, l'agenzia comunitaria che si occupa delle condizioni di vita e di lavoro nei Paesi europei. Stando ai contratti di categoria, in Italia non si lavora poco: siamo a 38 ore settimanali contro le 37,7 delle Germania e le 35 della Francia (ma la disastrata Grecia lavora 40 ore).
Poi si vanno a vedere non le ore «contrattuali» ma quelle effettive (con straordinari e senza feste e ferie) e si scopre che le cose stanno diversamente: la Germania lavora di più eccome (40,5 ore), l'Italia si mantiene sulle 38 (38,5), ma più della Finlandia virtuosissima (37,8) e meno della non brillante Romania (41,3). Certo se andiamo a spulciare tra le ferie, siamo in alta classifica (con le 9 festività comprese) ma sempre sotto la Germania, a pari quota con la Danimarca. Sintesi del discorso: un piccolo sforzo nel lavorare di più forse lo possiamo anche fare, ma è del tutto evidente che non è quello che ci salverà. Perché il vero male dell'Italia è la produttività. Fatto 100 il valore della produttività europea nel 2000, l'Italia era a 116,8, la Germania a 124, la Spagna allora claudicante a 102, la brillante Francia a 137,9.
Dopo di che è passato il decennio in cui gli altri sono organizzati e noi no. Nel 2010 i valori erano abbastanza sconfortanti: la Germania, grande locomotiva, si era mantenuta su quei livelli (123,7), la Spagna che aveva fatto un forte sforzo di innovazione era risalita fino a 107,9, la Francia aveva mantenuto la sua invidiabile posizione e l'aveva addirittura migliorata: 140. E L'Italia? 101,5, un crollo - cioè - di oltre 15 punti, una débâcle, di più, una catastrofe. Nessun Paese comunitario è andato indietro così tanto in così poco tempo. E la cosa ha avuto anche un suo riflesso sulle retribuzioni. Facciamo un solo paragone, quello con la Germania, prima della classe: la media degli stipendi nel 2006 vedeva già i tedeschi prendere quasi il doppio dei nostri lavoratori (39.363 euro l'anno contro 23.406). Quattro anni dopo noi eravamo a 26.181, loro a 42.400. Noi lavoriamo oggi 1.679 ore l'anno, la Germania 1.658, la Norvegia - che è la ricca tra le ricche - appena 1702 ... 23 ore più di noi. Sarà il quanto si lavora o il come?

Fonte: La Stampa



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Postato da Lamiaeconomia di Fabio Troglia su Lamiaeconomia il 9/05/2012 09:00:00 m.



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martedì 4 settembre 2012

[Lamiaeconomia] Forte rimbalzo long in arrivo



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Forte rimbalzo long in arrivo


Per motivi professionali,non riesco a dare altri dettagli sulle modalità,mentre trovate tutto sempre perfettamente aggiornato sul Portafoglio in tempo reale.

Buon trading online samurai!!


 Dott Fabio Troglia 
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[Lamiaeconomia] I quattro rischi per l'economia mondiale


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I quattro rischi per l'economia mondiale


Cari samurai,
oggi vi presento la visione del guru di PIMCO in merito ai rischi che, secondo lui, correrebbe l'economia mondiale. 
Non sono pienamente d'accordo con lui, ma... è giusto prendere in considerazione anche altri punti di vista!
Buona lettura!



In un'intervista a Bloomberg, il guru di PIMCO Mohamed El-Erian esplica i 4 grandi rischi che corre l'economia mondiale. Eccoli elencati:

Fiscal Cliff o "Precipizio Fiscale"
Questo termine, usato per la prima volta dal presidente della Fed Ben Bernanke, indica quelle difficoltà che gli USA dovranno affrontare verso la fine del 2012, periodo in cui scadranno gli incentivi fiscali introdotti dal presidente Bush. Questo evento costringerà il Governo a trovare un tetto sul debito pubblico e ciò avrà ovviamente delle ripercussioni in merito a tagli automatici della spesa pubblica e all'aumento delle tasse. Il principale pericolo è l'inizio di una nuova crisi in Usa con dei rallentamenti dell'economia nei primi mesi del 2013 e, nel peggiore dei casi, l'inizio di una nuova recessione.
Crisi Europea
Una crisi senza fine e senza vie d'uscita. In un'Europa governata dall'austerity non sembra esserci via di scampo per la classe media, costretta a subire le continue riduzioni del potere d'acquisto e l'aumento delle tasse con gravi ripercussioni sull'economia e sui tempi di una ripresa che sembra essere tutto meno che vicina.
Rischi geopolitici
Lo scenario geopolitico continua a peggiorare con le continue tensioni in medio-oriente, specie per la situazione Siriana e le paure dell'occidente nei confronti del Governo di Teheran.
Cina
Il paese sta rallentando e le fragili fondamenta economiche di Pechino dovranno sopportare uno stop dell'economia molto forte. La Cina è stata da sempre una "Selling Machine", ovvero una potenza economica basata sull'export. Il problema sorge nel momento un cui i compratori (Europa e Usa) non hanno più potere d'acquisto, il che costringe la Cina ad avere scorte di magazzino sempre più ingenti. L'altro problema è l'economia interna, priva di classe media e, di conseguenza, priva di una classe di consumatori degna di una potenza economica. 

Fonte: International Business Times

Dott Fabio Troglia 
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Postato da Lamiaeconomia di Fabio Troglia su Lamiaeconomia il 9/04/2012 09:00:00 m.



lunedì 3 settembre 2012

[Lamiaeconomia] Debito italiano: è di nuovo di moda?


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Debito italiano: è di nuovo di moda?



Alcuni segnali potrebbero indicare un ritorno di interesse da parte degli investitori internazionali sul debito pubblico italiano, attratti dai rendimenti positivi, al contrario di molti altri bond sovrani europei, e da un premio di rischio sull'Italia ingeneroso.

Il debito sovrano italiano sembra essere tornato oggetto di attenzione da parte degli investitori esteri, dopo mesi di forsennate vendite e nessun acquisto.
Una prima avvisaglia del possibile cambio di direzione si era avuta nell'asta dei Btp triennali di metà luglio, quando si era registrata una inusuale domanda estera elevata. Ben il 54% dei 3,5 miliardi in collocamento, nonostante il declassamento di Moody's del giorno precedente, era finito in portafogli oltreconfine. La spiegazione era in gran parte tecnica: la BCE aveva appena azzerato il tasso sulla liquidità parcheggiata dalle banche a Francoforte e i gestori delle tesorerie bancarie avevano puntato una piccola parte di liquidità anche sull'Italia (neanche 2 miliardi sugli oltre 480 ritirati dai forzieri della BCE subito dopo l'azzeramento deltasso), attratti dall'alto rendimento.
Un nuovo segnale, tuttavia, è giunto negli ultimi giorni da alcuni investitori istituzionali nordeuropei, in particolare danesi: alcuni fondi pensionistici e assicurativi hanno modificato le loro politiche d'investimento, tornando a guardare con interesse anche il debito nostrano. Si tratta di piccole cifre, poche centinaia di milioni di euro, per lo più investiti in titoli a breve termine. Ma indicative del fatto che forse il periodo di quarantena dell'Italia sui mercati internazionali sta per giungere al termine.
Le motivazioni del ritorno di interesse sono molteplici.
Influisce, innanzitutto, l'attesa per gli interventi annunciati dalla Bce al fine di calmierare i rendimenti dei debiti dei Paesi euro con spread troppo elevato: circostanza che mette relativamente al riparo da oscillazioni troppo forti dei corsi, soprattutto sulle scadenze a breve. Anche il raffreddamento degli spread delle ultime settimane (in un mese sceso di oltre 100 punti), connesso alle intenzioni della Bce, aiuta a valutare più serenamente l'effettivo rischio-Paese dell'Italia, al di là delle quotazioni emotive di luglio.
Non è secondario il fatto che il costo del mancato acquisto di bond italiani si sta rivelando sempre più pesante per gli investitori istituzionali: rinunciare ai rendimenti offerti dal Tesoro è sempre più difficile in termini di performance da garantire agli investitori. Questo anche perchè ormai in tutta l'Europa del Nord i rendimenti sono negativi in termini reali sulle scadenze anche decennali; addirittura sulla parte a breve della curva i rendimenti sono negativi anche in termini di tassi assoluti. Insomma, comprare debito italiano è diventata quasi una necessità per investitori che vogliano conseguire un pur minimo guadagno.
Se a tutto questo si aggiunge che nessuno crede che l'euro possa scomparire nell'arco di pochi mesi, ecco che è prevedibile un ritorno degli investitori esteri in dimensioni più marcate sulle scadenze a dodici, massimo diciotto mesi entro fine anno.
Il ritorno di interesse dall'estero è una notizia positiva perchè comporta un'automatica propensione dello spread a ridursi, ma non deve illudere: non si tratta di un vero e proprio ritorno di fiducia, ma di diversificazione di quote minime di portafoglio alla ricerca di rendimenti che ormai più nessun Paese considerato sicuro offre. Finchè il contesto europeo rimarrà in una situazione di stallo non si potranno registrare flussi esteri rilevanti in acquisto, specie per le scadenze oltre i ventiquattro mesi.
Una riflessione finale: siamo così sicuri che far detenere a investitori esteri una parte consistente del debito pubblico italiano sia conveniente? In fin dei conti, se i mercati finanziari sono tranquilli, una quota rilevante del gettito fiscale finisce oltre frontiera sotto forma di cedole (alcune decine di miliardi l'anno). Se il tempo volge al brutto, gli stranieri subito vendono in massa, in modo da deprimere le quotazioni e far innalzare stabilmente lo spread (costringendo il Tesoro a sopportare più oneri per interessi nelle emissioni successive). Come possiamo verificare da un anno a questa parte. L'obiettivo di ridurre la quota in mani estere, oggi a circa il 30% dei titoli quotati, è perseguibile solo abbattendo in misura significativa il debito in poco tempo.

Fonte: Economy 2050


Dott. Fabio Troglia 
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Postato da Lamiaeconomia di Fabio Troglia su Lamiaeconomia il 9/03/2012 02:58:00 p.



domenica 2 settembre 2012

[Lamiaeconomia] Crisi: idee per una decrescita felice!


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Crisi: idee per una decrescita felice!



Non tutti i mali vengono per nuocere. E c'è chi approfitta della crisi economica per sperimentare un nuovo stile di vita, quello della «decrescita felice».
La protagonista di questa storia al contrario si chiama Stefania Rossini, 37 anni, bresciana, di professione mamma di tre bimbi, moglie e casalinga tuttofare. Che, grazie a un blog e un libro - Vivere in 5 con 5 euro al giorno – nel web è ormai diventata il punto di riferimento di chi cerca di risparmiare e vivere felice. «Non è difficile da capire», dice lei, mentre si dà il turno in cucina con il marito, «siamo abituati a pensare che ci sia un solo modo di vivere, invece abbiamo la possibilità di scegliere».
Tutto è partito due anni fa. Stefania, vegetariana da vent'anni, lavorava come salumiera in un negozio di Pontevico, nel bresciano. «Affettavo cadaveri», racconta ridendo. «Ma il luogo di lavoro era vicino casa e mi sembrava un ottimo compromesso per tirare avanti». Tutto cambia, però, quando il papà di Stefania, che dava una mano alla famiglia con i tre bambini, «muore improvvisamente d'infarto a sessant'anni». A quel punto, nonostante una famiglia da mandare avanti e un mutuo da pagare per i successivi trent'anni, Stefania sceglie comunque di licenziarsi. Perché? «La baby sitter dopo l'asilo mi sarebbe costata troppo», racconta, «più del mio stesso stipendio, che però fino a quel momento era servito a pagare le rate del mutuo». Non c'era nulla da fare: bisognava tirare avanti solo con lo stipendio da operaio del marito. E reinventarsi, così, uno stile di vita. 
«Mi è capitato tra le mani il computer», continua, «e così ho cominciato a cercare ricette per risparmiare, per fare i saponi a casa, i trucchi per le conserve del cibo e così via». Stefania comincia così a sperimentare quella che lei chiama la «decrescita felice». Accanto a casa, un orto e un frutteto le danno la materia prima. Niente di nuovo, dice lei: «Era quello che facevano i nostri nonni, con la differenza che loro erano poveri davvero». In poco tempo Stefania diventa famosa tra amici e parenti per le sue creme viso idratanti e i detersivi fatti in casa. Le email cominciano ad accumularsi nella sua casella di posta elettronica. E rispondere a tutti diventa faticoso. Da qui nasce l'idea del blog. E dal nome scelto, si capisce già molto: "Natural-mente-stefy". 
«Non sono una grande esperta di computer», dice, «ma mi sono lanciata in questa avventura». E in poco tempo i consigli di risparmio di Stefania, dalle bamboline fatte all'uncinetto ai camioncini costruiti con i flaconi dei detersivi, raggiungono quota 400 mila contatti. «In questo modo dirottavo sul mio blog le persone che mi chiedevano come si faceva qualcosa e in tanti si appassionavano al mio stile di vita». Un successone che si può spiegare, secondo Stefania, «sia con la necessità di risparmiare dovuta alla crisi, sia con una crescente attenzione all'ambiente e agli sprechi». 
Dal blog al libro, il passo è breve. La piccola casa editrice "Edizioni Età dell'Acquario" contatta Stefania e le propone di scrivere un libro. «È stato un sogno che si è realizzato, avevo già tutto in mente e l'ho scritto in pochissimo tempo», racconta. Il titolo, Vivere in 5 con 5 euro al giorno, ammette Stefania, «è un po' una forzatura, ma ho accettato questo compromesso». E il libro sta andando a ruba, tanto che in due settimane è arrivato già alla seconda ristampa. Anche se, ammette, «è fatto con la carta tradizionale, e questo è un altro dei compromessi che ho dovuto accettare. Ma a ottobre arriverà anche l'ebook  e il risparmio sarà assicurato». Il testo - da cui « guadagno solo pochi centesimi a copia» - è un manuale «che insegna a risparmiare con semplicità e dà le ricette pratiche per farlo». Un esempio? Le creme idratanti per il viso: basta mettere insieme olio vegetale, cera d'api e una delle erbe che offre il giardino, come la calendula o il rosmarino. Costo: «Qualche centesimo». Tempo di lavorazione: «Cinque minuti». Lo stesso vale per i detersivi. 
«Mi rendo conto», dice Stefania, «che chi lavora tutto il giorno alla sera arriva stanco e non riesce a fare tutto quello che faccio io». La sua giornata non è mai uguale a quella precedente. «Se il tempo è bello sto nell'orto, se piove no. Ho un'agenda su cui scrivo le cose da fare durante la settimana e pretendo molto da me stessa, ma faccio tutto in grande libertà». Per alcune cose, assicura, bastano però solo pochi minuti e tutti si possono cimentare. «I detersivi», ad esempio, «si fanno una volta all'anno: basta dedicargli un sabato pomeriggio». In questo modo, «compro un flacone al supermercato solo d'estate, perché quelli che faccio io non sono così efficaci sugli aloni come quelli chimici». Stessa cosa per la spesa alimentare. «L'orto cambia di giorno in giorno», racconta, «mangiamo quello che ci offre e al supermarket vado solo di rado».
E il resto? I quaderni dei bambini, i giochi, i vestiti? «Non ci sono quaderni da comprare», risponde. «In due anni per i miei figli avrò comprato due quaderni». Per il resto esiste il baratto: «C'è, ad esempio, la community online "Zero relatovo": io do le cose che non mi servono o che autoproduco e loro mi danno quelle che servono a me. Ad esempio, c'è una cartoleria di Lecce alla quale io do io miei lavori all'uncinetto. In questo modo recupero quasi tutto il materiale scolastico necessario per i bambini». Che, come tutti gli altri coetanei, «hanno gli zaini e i quaderni dei gormiti, la tv, la playstation e tutti gli altri giochi». Semplicemente, cambia il modo di comprarli. Niente privaizoni, insomma. E per le bollette? «Producendo tutto in casa i consumi non sono bassi e spesso con questi costi finiamo fuori budget, ma siamo attenti a non sprecare».
I cinque euro al giorno in cinque, come recita il titolo del libro, «non sono una bugia». Forse, solo una forzatura: «Posso spendere cinquanta euro in un giorno e poi niente per una settimana», dice Stefania. Anche se questo titolo le è costato parecchie critiche e attacchi da parte di chi, dice, «non riesce ad andare oltre un numero e crede che sia possibile un solo stile di vita». E le ferie? «Per noi la vacanza dura tutto l'anno, anche se mi alzo alle 6,30 del mattino. Mica sono una di quelle casalinghe che guarda la tv per tutto il giorno! Stiamo bene qui dove abitiamo e non sentiamo l'esigenza di andare in vacanza. Al massimo, andremo a trovare mia suocera in Toscana».


Fonte: Linkiesta
http://www.linkiesta.it/stefania-rossini-cinque-euro

Dott. Fabio Troglia 
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Postato da Lamiaeconomia di Fabio Troglia su Lamiaeconomia il 9/01/2012 09:00:00 m.



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